Orwell in Athens, ovvero di democrazia e tecnocontrollo sul web

Una delle più forti dicotomie nel web (descritta dal titolo di un saggio del lontano 1995 di Wim B. H. J. Van De Donk, I. Th. M. Snellen e Pieter W. Tops) è quella che mette in contrapposizione gli esaltatori delle nuove tecnologie come strumento democratico con gli scettici che intravedono un pessimismo della ragione dovuto alle possibilità di controllo sociale sempre più ampio.

Di fronte ad una così forte dicotomia, il primo passo per prendere una posizione è capire le motivazioni dei due estremi gruppi.

Ed è quello che facciamo in questa presentazione, analizzando il comportamento di alcune piattaforme nella marcatura delle identità, svolta con una profilazione sempre più pressante e con alcune tecniche di analisi ai limiti della legalità. E’ giusto dire però che questa pratica è avallata dal nostro clic su “Accetta” che diviene a tutti gli effetti un consenso implicito.

Ma non è tutto così nero, perché esiste un risvolto della medaglia dato dagli open data, potenziale strumento di abilitazione e di partecipazione, che consentono l’aggregazione di servizi, il loro riuso e l’abilitazione di una mobilitazione collettiva senza memorizzare dati personali degli utilizzatori.

Tutto parte gratis, ma di gratuito non c’è niente

Siamo in una fase di sperimentazione per quanto riguarda la creazione di business online che rendano sostenibili le aziende, questo è piuttosto chiaro. La gratuità dei contenuti nel web ha raggiunto il punto critico: dopo i periodi iniziali di user engage, di accrescimento e fidelizzazione degli utenti della piattaforma per molte ex-startup è iniziata la fase di conversione economica del rapporto con gli utenti.

Tralasciando il caso dei social network come Facebook e Twitter, che hanno inserito nella timeline inserzioni pubblicitarie e tweet sponsorizzati senza sostanzialmente comportare variazioni di servizio, ci sono altri casi interessanti da analizzare che si intersecano tra loro.

Attualmente l’esperimento più in voga è quello del native-advertising, ovvero la generazione di post sponsorizzati che l’azienda appalta direttamente a terzi investitori.

Un caso che probabilmente farà storia è quello dell’Atlantic, che il 14 gennaio scorso ha pubblicato sul suo sito un articolo dal titolo “David Miscavige Leads Scientology to Milestone Year” sulle attività della setta religiosa fondata da Ron Hubbard. La propaganda era così spudarata da creare una serie di reazioni fortissime e mettere in cattiva luce il giornale, tanto che l’articolo è stato prontamente rimosso e sul sito dell’Atlantic è stato pubblicato un avviso di sospensione temporanea della campagna di pubblicità.

Un’ottima ricostruzione della vicenda è questa curata da A.Rossano sul sito dell’European Journalism Observatory.

Una strategia più ampia è quella usata dall’Huffington Post, che anziché utilizzare sponsorizzazioni per un singolo post lo fa per una sezione sponsorizzata, con chiari riferimenti.

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Sull’argomento storytelling ads c’è un’interessante conversazione tra David Carr  e Joe McCambley, il primo ad introdurre i banner nel lontanissimo 1994, in cui colpisce il suo scetticismo, anche nei confronti dell’introduzione dei famigerati banner di cui dice: “We were proud of that ad, but everything starts out good until we end up making it bad.”

Ma questo, come visto dai casi ambigui generati dalla sperimentazione nel giornalismo, si può estendere anche alla carta stampata: il tanto invocato giornalismo d’inchiesta, di qualità, non è mai stato sostenibile e per poterlo finanziare bisogna ricorrere a tecniche più pop di vendita e diffusione. Questo per dire che nessun business nell’informazione è definitivamente stabile, nessuna strada è sicura da percorrere.

 

Di gratuito non c’è niente, neanche l’impegno sociale

Caso ancora più discusso è quello del sito di petizioni online change.org, piattaforma di petizioni online che gestisce in media più di 25 mila petizioni al mese e i dati di circa 45 milioni di utenti. Wired America ha dedicato un’inchiesta a Change nella quale vengono approfondite le dinamiche di business della società americana, puntando il dito sul sistema di targetizzazione degli utenti.

Il meccanismo è: una volta sottoscritta la petizione iniziale, l’indirizzo email dell’utente viene girato da Change.org alla società che sponsorizza la petizione secondaria, che le paga un corrispettivo. Fatto ciò, i dati dell’utente non sono più coperti dai termini di privacy di Change.org, e la società che è entrata in possesso dei dati di un particolare utente può farne quello che vuole.

E’ in corso quindi una googlizzazione dei business model online, sempre più tendenti all’iper-personalizzazione e orientati a catturare l’attenzione dell’utente per profilarne i dati. Lo stesso Google, banalmente, fornisce un servizio di ricerca e recupera soldi privilegiando la ricerca con gli annunci degli inserzionisti seguendo un altissima profilazione dell’utente per consigliarlo al meglio.

Ma ovviamente questa non è l’unica strada percorribile, ci sono le sottoscrizioni, i club, il modello freemium, il due per tre, i discount e tutti i trucchi del commercio. Il legame tra attenzione e denaro è sicuro e affidabile.

Scetticismo diffuso

Leggendo l’articolo di Wired emerge come più che il modello di business si voglia criticare la stessa natura delle petizioni on-line. La chiusura di Clay Johnson, ex-consulente di Obama, è definitiva: “L’efficacia politica delle petizioni online è tutta da dimostrare, penso che possano accadere più cose contattando direttamente il tuo Congressman di riferimento.” Anche se, ammette, al momento Change.org sembra aver preso il posto della telefonata al politico.

Un commento leggermente protezionista, come ce ne sono mille altri, e che non farebbe alcun clamore se a farlo non fosse la testata che più di tutte è stata portatrice di innovazione negli ultimi decenni. Magari anche per loro vale quello che diceva McCambley: “Tutto parte per il meglio finché non si inizia a farlo male”.

#OccupyGezi ed i metodi di informazione (veloce)

Tra gli argomenti della crisi dell’informazione, da più parti si indica come principale colpevole l’approccio mainstream delle TV e dei giornali, diventato menzognero, distante dalla verità.
Ho provato a ragionarne durante i giorni di #OccupyGezi, sono stato per giorni a sentire questa tesi rimbalzare tra le voci a cui sembrava ovvio che la lentezza del mostro televisivo fosse sinonimo di inesattezza. E che quindi la rete fosse più veloce, di conseguenza migliore. Che nei giorni delle proteste di Istanbul è stato declinato in trovi tutto su Twitter.
Senza mai esserne pienamente convinto.

In un ottimo articolo su DoppioZero di Tiziano Bonini ragionando sull’infosfera turca si segnalano tre punti.

Primo: mancanza di una prospettiva storica

In realtà questa storia delle “rivoluzioni di Facebook” è stata finora molto banalizzata, discussa, sottostimata o sovrastimata, ma mai analizzata a fondo, se non in contesti accademici.
Non credo esistano rivoluzioni di Facebook ma “rivoluzioni” che, come dei software, girano su hardware (tecnologie di comunicazione) differenti. E, metaforicamente, ogni miglioramento dell’hardware si ripercuote sulla velocità del software.

Guardando qualunque evento di protesta e di mobilitazione nel corso della storia è facile trovare una corrispondenza tra media e metodi di diffusione e coinvolgimento dei cittadini, da Lutero in avanti. Senza correre troppo indietro con gli anni, basta citare questo pezzo a proposito delle magiche proprietà di transistor e onde radio:

“Le cose andavano troppo di fretta perché i giornali riuscissero da soli a calmare quella fame di conoscenza, tanto più che il maggio del ’68 si svolse soprattutto di sera e di notte. Screditata la televisione, superati i giornali dalla rapidità degli avvenimenti, buoni giusto per essere degustati al mattino, a colazione, come verifica: restava la radio” (Evelyne Sullerot, Transistors e barricate, 1968)

I protestatori possono avere riparo in questa casa. Interno: 6 fonte: http://imgur.com/a/gKAsu

Secondo: il caso di Istanbul 

Quello che ha reso caso di studio interessante la protesta egiziana sta nell’uso “tattico” dei social network. Ovviamente, siamo ancora troppo vicini all’evento in termini temporali e troppo distanti dagli eventi geograficamente, ma possiamo affidarci al racconto della sociologa turca Zeynep Tufekci, che la definisce una protesta “alimentata dai social network”, in quanto fondamentali nella mobilitazione rapida e veloce delle persone e nella diffusione rapida delle informazioni.

La notizia di una carica della polizia se scritta in un tweet localizzato è una fonte di informazione per chiunque si trovi nel mezzo della protesta. Neanche la radio, nei tempi delle proteste studentesche sessantottine, poteva avere una velocità di propagazione paragonabile (le radio in quegli anni non erano degli strumenti maneggevoli).

E, di più, quando il premier Erdogan definisce Twitter “la più pericolosa minaccia alla società”, alcuni gruppi di cittadini hanno trovato il modo di aggirare il temuto embargo digitale con proxy e VPN. Questo a dimostrazione di una capacità di utilizzo del mezzo sorprendente e straordinariamente veloce.

Reuters, Osmn Orsal

Terzo: non una “social media revolution”

Enfatizzare il ruolo dei social media è affascinante, come ogni cosa nuova e che promette miracoli, ma inesatto. Non è la protesta dei social media, ma la vittoria di un modello di comunicazione su altri. La mancanza di leadership notata nel movimento è sinonimo di una comunicazione decentrata, non controllata, e come tale composta da diverse anime.

Diverse anime che, come accade sempre più spesso ed anche da noi, sono unite soltanto dal dissenso e dalla mancanza di una chiara rappresentanza. Ma non è comunque una rivoluzione della “Rete” o dei “Social” (che scriverli in maiuscolo è già un errore, a dargli una validità di entità o personale che non hanno), ma di un metodo di narrazione e di comunicazione.

..it will be tweeted?
..it will be tweeted?

Quello che emerge da una analisi dell’infosfera è che non c’è inesattezza, né mancanza di verità o complotti informativi nella gestione dei media del caso #OccupyGezi. C’è un modello nascente di comunicazione molto più frammentato e veloce, al quale modelli più vecchi di comunicazione non riescono ad adeguarsi.

Ma non è la prima volta che succede nella storia e reagiremo anche a questo. O magari cambieremo idea di fronte ad un nuovo mezzo di comunicazione.

Per approfondire: La traduzione di un articolo di Zeynep Tufekci su Valigia Blu http://www.valigiablu.it/proteste-e-social-media-unanalisi-da-jan25-a-geziparki/

More image: http://imgur.com/a/gKAsu

Informarsi senza perdersi

Qualche tempo fa, in pieno approccio entusiastico alla Rete, riflettevo sul metodo di informazione utilizzato quotidianamente dalla mia generazione in questo articolo. Contestualizzo: probabilmente per la scarsa estensione delle mie cerchie di contatto e di lettura, riuscivo ancora a governare le mille fonti quotidiane, riflettere su esse ed estrarre un mio pensiero. E non vedevo ancora la parte sommersa di informazione a cui, appartenendo ad un sottoinsieme che alcuni meravigliosi algoritmi mi avevano assegnato, incosciamente rinunciavo.

Oggi è sicuramente cambiato qualcosa, e mi piace l’idea di condividere questo cambiamento. Quindi lo faccio.

Dopo un periodo di utilizzo attivo, come a chiunque, è cresciuto enormemente il numero di contatti sui social. Pur continuando a prestare molta attenzione alla suddivisione in liste ed al filtro, accedere ai social per informarsi mi è diventato praticamente impossibile. Lo faccio ancora, molto spesso, ma la sensazione di spaesamento tra troppi contenuti che non mi interessano mi opprime. L’abbondanza di fonti è sostanzialmente un bene di cui non riesco più a godere e non è colpa di certo delle persone che frequento né di quelle conosciute online, ma della curiosità e del numero di cose a cui mi piacerebbe prestare attenzione.

Il risultato di una suddivisione per liste su Facebook, o su Twitter, non è infatti stato quasi mai uno snellimento dell’informazione e delle fonti ma piuttosto una crescita dei contenuti interessanti. Con il risultato di continui input di interesse non soddisfatti per ovvie ragioni di attenzione limitata, da cui l’information overload.

“Il problema non è l’enorme quantità di informazioni, ma il fallimento dei filtri”, ha detto Clay Shirky nel 2008. Ecco, nella mia esperienza il problema non è neanche quello dei filtri, ma dei troppi aghi nel pagliaio che vengono trovati (cit. Nicholas Carr). La sfida non è più trovare una certa informazione, sepolta, alla quale dati gli enormi progressi dei motori di ricerca ormai si riesce ad accedere facilmente, quanto piuttosto trovare l’informazione che vale la pena estrarre.

Qual è l’unica vera posizione meritevole di essere letta? Ho cinque minuti, non posso leggere tutto, vorrei avere un’opinione attendibile. Come trovarla?

Leggo le prime righe di un articolo, magari non mi soddisfa particolarmente, compulsivamente passo al successivo. Me ne restano ancora da leggere, nel frattempo aggiorno la mail e scopro altri contenuti interessanti. Magari sono un utente smaliziato e salvo in lettura per dopo con la mia app, ma resta la lunga lista di articoli interessanti da leggere ad attendere di essere smaltita. E questo diventa un sovraccarico di ambiente, molto più difficile da gestire in quanto spesso generato dai nostri stessi comportamenti.

Va bene, cambio tutto. Niente più social per informarmi.

Faccio un salto su una delle testate online più famose, che si occuperà di filtrare i contenuti per me, dando un senso e aggiungendo un valore ai mille commenti già trovati. Macché, peggio ancora. In piena smania di monetizzazione gli editori sovraffollano i loro giornali di contenuti, le loro homepage gridano vendetta intasate come sono di mille articoli diversi e scarsamente aggregati tra loro (oltretutto con un discutibile filtro di qualità/quantità generato dalla pratica dello “scrivi gratis ma ti ripago in visibilità”, come segnala Leonardo Tondelli qui).

Quindi niente, scappo anche da lì. Non apro più un homepage di un giornale online da mesi, ho troppa paura di perdermi.
Less-is-more

Ormai il vero il vantaggio competitivo non è più nel conoscere (che diventa obsoleto molto più rapidamente), ma nell’essere più efficienti ed efficaci nel sapere come e dove procurarsi l’informazione. Aggregare informazioni, trovare nuovi significati e capire i nessi fra i frammenti che ci pervengono è la sfida per informarsi bene e attivare un percorso di conoscenza, e per farlo bisogna districare l’entropia informativa del sovraffollamento di informazioni. Ma non è affatto banale se siamo circondati da persone in oversharing continuo.

Magari una soluzione potrebbe essere spegnere i megafoni, rifiutare la condivisione illimitata e la crescita infinita di amici sui social ed inseguire un ritorno alle origini. A comunità più piccole, dove le persone non sono perse nella mediocre media della rete allargata e dove le idee fluiscono più facilmente senza spaventare e senza essere perse. Come suggerisce jeswin in questo articolo su medium.com